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04 gen 2014

Elogio dell'anticlimax: Prime Suspect, The Killing, Low Winter Sun, Hannibal

Ricordo che prima di mettermi a seguirne una stagione mi ci volevano un paio di sedute di training autogeno.
Eppure Prime Suspect, la serie televisiva poliziesca trasmessa tra il 1991 e il 2006 dalla britannica ITV e interpretata dal premio Oscar Ellen Mirren (nel ruolo della tormentata ispettrice di polizia Jane Tennison), era qualcosa che alla fine ti lasciava soddisfatto e arricchito, anche se lo svolgimento della vicenda era talmente lento e intricato da farti perdere di vista, in certi casi, l'assunto dal quale aveva preso le mosse.

Si trattava di una precisa cifra stilistica imposta dalla creatrice della serie, la romanziera Lynda La Plante: Prime Suspect era, infatti, un poliziesco procedurale che andava a innestarsi sulla difficile vita privata della protagonista - una donna in carriera costretta dal lavoro a rinunciare a famiglia, maternità e rapporti sociali - trasformandosi in un pezzo di vita che si dipanava quasi in tempo reale davanti agli occhi dello spettatore.

Proprio così: la dote straordinaria di Prime Suspect consisteva nel fatto che le svolte della trama risultavano talmente impalpabili, talmente banali e "fuori fuoco" - a prescindere dall'importanza che potevano avere nella risoluzione del plot - da annientare ogni senso di artificiosità. Gli sceneggiatori non puntavano ai climax e ai colpi di scena tipici delle fiction di puro intrattenimento quanto piuttosto alla resa naturalistica di persone, ambienti, fatti. Un lavoro complicatissimo, antispettacolare, che però alla fine produceva un capolavoro di scrittura e di resa scenica, graziato dal successo di pubblico e abbondantemente citato (perfino nel notevole film parodistico Hot Fuzz).

Prime Suspect - il cui remake americano realizzato nel 2011 per il network NBC si è rivelato un fallimento - costituisce il massimo esempio di procedural drama basato sul ricorso reiterato all'anticlimax. Nessun prodotto televisivo ha mai toccato la cosciente volontà di antispettacolarizzazione presente in questa serie TV prodotta nel Regno Unito. L'unico titolo che ci si è avvicinato è stato Five Days, altro poliziesco procedurale britannico scritto da Gwyneth Hughes e sviluppato dalla BBC in tandem con la HBO. Prodotti statunitensi come The Wire, Deadwood o I Soprano - in cui la consistenza delle trame passava attraverso il setaccio della lenta introspezione psicologica e della ricerca delle situazioni più quotidiane e banali - non si sono mai poste nemmeno per un momento sui binari di Prime Suspect e del suo difficile andamento narcolettico.

Quella dell'anticlimax è un'arte sopraffina, un obiettivo narrativo che passa attraverso la sensibilità e l'abilità costruttiva di sceneggiatori coi controcoglioni e la tenacia di spettatori disposti ad accettare lunghi dialoghi (apparentemente) inconcludenti e ogni (apparente) tempo morto della trama.

Nel 2013, così come avevamo già avuto modo di dire altrove, l'Oscar dell'anticlimax nella fiction TV straniera l'ha vinto senza ombra di dubbio quel mezzo capolavoro noir di Hannibal, graziato da un paio di straordinari episodi basati interamente su disquisizioni filosofiche e atmosfere rarefatte.

Il dramma investigativo The Killing ha invece - da questo punto di vista -  "tradito" alfine il suo spirito iniziale. Versione statunitense della danese Forbrydelsen, questa serie - sviluppata dalla sceneggiatrice canadese Veena Sud e dalla Fox Television per il network AMC - nel corso delle prime due stagioni aveva visto due poliziotti problematici, Sarah Linden e Stephen Holder, alle prese col misterioso omicidio della giovanissima Rosie Larsen (secondo un mood che intendeva volutamente riallacciarsi al "caso Laura Palmer" della leggendaria Twin Peaks).

In The Killing le svolte che sembravano portare alla risoluzione del delitto erano innumerevoli, ma sfociavano puntualmente in vicoli bui e ciechi. Nel frattempo atmosfere cupe e dilemmi esistenzialisti permeavano lo schermo stringendo lo spettatore in un abbraccio freddo e inquieto fino a una risoluzione dell'enigma che faceva un po' a pugni con le ventisei puntate che ci erano volute per venirne a capo. Ventisei puntate in cui i climax essenziali - cioè, così propriamente definibili - si potevano contare sulle dita di una mano.

Si è dovuto attendere, di recente, l'ottavo episodio della terza stagione - incentrata su una storyline completamente nuova - per assistere a uno straccio di inseguimento con ostaggio annesso, mentre nella nona puntata - diretta, non a caso, con mano inconfondibile, dal Jonathan Demme de Il silenzio degli innocenti - si sono visti più colpi di scena che nei trentatre capitoli precedenti messi insieme.

Nondimeno The Killing - la cui quarta stagione è stata opzionata dal sempre più agguerrito canale internettiano Netflix - resta un serie TV affascinante che ti restituisce intatta la sensazione fisica di trovarti in una piovosa e livida Seattle assieme a personaggi carichi di una dolorosa umanità, nei quali è impossibile non riconoscersi.

E guarda un po', di matrice europea è pure Low Winter Sun, serie americana ricavata anch'essa da un format europeo (l'omonima miniserie britannica trasmessa da Channel 4).e interpretata, in entrambi i casi, dal medesimo attore protagonista: il Mark Strong visto in Kick-Ass e nello Sherlock Holmes di Guy Ritchie.

Low Winter Sun - andata in onda, così come The Killing, sotto l'egida del marchio AMC - è un noir spietato ambientato nella disastrata Detroit contemporanea, quella che si è trasformata anche nel mondo reale nello scenario apocalittico del primo Robocop e nell'avamposto dell'Inferno de Il Corvo (un tragico fattore che ha permesso alla produzione di usufruire di sette milioni e mezzo di incentivi finanziari dallo Stato del Michigan per la creazione di nuovi posti di lavoro e il rilancio dell'indotto cittadino).
E' vero che il primo, potentissimo climax di Low Winter Sun lo si trova proprio all'inizio dell'episodio pilota - quando i due poliziotti protagonisti si ritrovano nella necessità di dover eliminare brutalmente un collega corrotto - ma è altrettanto vero che per poterne assistere a un altro paio di una certa consistenza bisogna attendere l'ottava puntata (su un totale di dieci).

Tuttavia pure in questo caso, si va, da spettatori. sotto l'effetto di una specie di ipnosi che ti proietta in un mondo alieno e privo di speranza. Un mondo di anticlimax che assomigliano a ceneri roventi che fanno ardere le parti più tenebrose dell'anima di chi vi assiste..

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