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29 dic 2013

"Hannibal": da "Le origini del male" al serial TV

"Hannibal Lecter è un franchise di successo: perciò, o mi dai un nuovo testo adesso oppure lo faccio scrivere a qualcun altro": Questo è quanto dice Dino De Laurentiis a Thomas Harris all'indomani del buon riscontro ottenuto nel 2002 dalla trasposizione cinematografica di Red Dragon diretta da Brett Ratner.
Nei suoi (frequenti) momenti di crisi creativa, lo scrittore è stato accolto come un pascià dal produttore, che l'ha ospitato in Italia, nella sua lussuosa villa sull'Isola delle Sirene, coccolandolo con piatti a base di insalata caprese, tuffi davanti ai Faraglioni.e rilassanti gite in barca tra la Grotta Azzurra e la Grotta del Corallo.
A Harris risulta perciò difficile dire di no al suo amico/mecenate, accettando di scrivere contemporaneamente sia il romanzo che la sceneggiatura cinematografica (fatto, quest'ultimo, per lui inedito) di Hannibal Rising, in cui si narra dell'adolescenza di Hannibal Lecter e delle vicende che l'hanno portato a a diventare ciò che è.

Il romanzo, ribattezzato in italiano Hannibal Lecter: Le origini del male, viene pubblicato nel 2006, rivelandosi un disastro. E non tanto per il plot poco coinvolgente - una specie di Conte di Montecristo rivisitato in salsa pulp - ma per una cifra stilistica sciatta, priva di mordente, lontanissima dalle attenzioni formali e linguistiche che Harris aveva posto nei romanzi precedenti. Il mistero di questo sfacelo è evidente fin da subito: lo scrittore ha di fatto lavorato prima sulla sceneggiatura del film che sul libro e quindi l'opera letteraria non è altro che il frettoloso, maldestro romanzamento di un copione cineamatografico.

Ed è forse per questo che il film, lanciato nel 2007, risulta assai migliore del romanzo. Finanziato da De Laurentiis con la compartecipazione di Tarak Ben Ammar, produttore e distributore tunisino che diverrà in seguito famoso ai più per i suoi contorti rapporti d'affari con Silvio Berlusconi, Hannibal Lecter: Le origini del male si avvale della regia del britannico Peter Webber che già aveva firmato il non esaltante La ragazza dall'orecchino di perla, biopic sulla figura del pittore fiammingo Johannes Vermeer. Proprio quel Vermeer che, nei romanzi di Harris, viene indicato come l'artista preferito del dottor Lecter.e, per osmosi, anche di Barney, l'infermiere di colore che aveva accudito il Cannibale durante i suoi anni di prigionia nel manicomio criminale di Baltimora. Quel Vermeer di cui Barney - divenuto ricco dopo aver venduto a caro prezzo a un danaroso collezionista la maschera di sicurezza indossata dal Cannibale nel corso dei suoi spostamenti clinici - intende vedere dal vivo tutti i quadri sparsi per il mondo, giungendo alfine a Buenos Aires, città da cui scappa in preda al terrore nel momento in cui intravede da lontano il dottor Lector mentre passeggia con la sua amante, Clarice Starling (così come viene narrato nel romanzo Hannibal).

Il ruolo del giovane Hannibal viene, invece, affidato al magnetico Gaspard Ulliel, attore francese già insignito di varie onorificenze in madrepatria e in seguito modello e testimonial per alcuni tra i più importanti marchi di moda transalpini, da Longchamps a Chanel. Al suo fianco, nella parte della giapponese Lady Murasaki, zia acquisita e mentore di Lector, viene posta la star cinese Gong Li.

Hannibal: Le origini del male non è brutto - ripeto: rispetto al romanzo non è da disprezzare - ma nulla aggiunge e nulla toglie alla figura di Lector. L'unica rivelazione, nemmeno tanto sorprendente e, anzi, abbastanza telefonata, è che anche il futuro psichiatra si era nutrito del corpo di sua sorella Micha quando - prigioniero della morsa dell'inverno russo e in assenza di viveri - il manipolo di sbandati filonazisti, da cui i due bambini erano stati fatti prigionieri, l'aveva smembrata per cibarsene.

Per il resto è una banale pellicola, ben illuminata (da Ben Davis, futuro direttore della fotografia di movie-comics come Kick-Ass, Tamara Drewe, Guardians of the Galaxy e The Avengers: Age of Ultron) e ben montata (dal premio Oscar Pietro Scalia, già autore dell'editing di Hannibal), ma che solo i fan hardcore possono in parte apprezzare, mentre considerata a sé stante, appare quasi priva di finalità: né thriller, né noir, né horror, quanto piuttosto una via di mezzo tra una revenge story e un percorso di formazione alla rovescia privo di una vera conclusione.
In ogni caso il film si connota subito come un clamoroso fiasco: la critica mondiale lo massacra e l'investimento di cinquanta milioni di dollari produce sostanzialmente un misero pareggio.

Hannibal: Le origini del male è l'ultima produzione cinematografica - se si eccettua la trascurabile commediola giovanilistica Decameron Pie - di Dino De Laurentiis che morirà nel 2010 alla veneranda età di 91 anni, lasciando le redini della compagnia nelle salde e capaci mani della moglie Martha.

Ma nel 2011 la produttrice Katie O'Connell incomincia a sviluppare per il network statunitense NBC una serie televisiva dedicata all'oscuro antieroe di Thomas Harris e ambientata in un'epoca immediatamente precedente agli eventi descritti in Red Dragon. La Connell trova nell'amico Bryan Fuller (già scrittore e produttore di Heroes, altra apprezzata serie TV targata NBC) lo showrunner ideale per dare il "la" al progetto. E la forza della sceneggiatura che Fuller stende per l'eventuale primo episodio del serial, è tale che la dirigenza del network concede subito l'imprimatur - senza nemmeno attendere gli screening di un pilot -   per una prima stagione di tredici episodi.

Personalmente, fin dal momento in cui incappo nel trailer della serie resto impressionato. Il casting è semplicemente perfetto: l'inglese Hugh Dancy è il Will Graham definitivo, nerd e allucinato esattamente come l'aveva descritto Thomas Harris nel 1981 sulle pagine di Red Dragon. E l'Hannibal Lecter incarnato dall'attore danese Mads Mikkelsen... be', è la perfezione assoluta: l'hidalgo spagnolo, l'algido dandy, imperscrutabile, alto e longilineo così come appariva nei romanzi originali.

Guardo il trailer della serie TV di Hannibal e già so - senza averne visto nemmeno un episodio - che finalmente, dopo un quarto di secolo, potrò ritrovare intatti e senza manipolazioni deformanti i personaggi e le atmosfere che hanno segnato la mia giovinezza.


Le conferme della prima impressione poi fioccano: fin dal pilot è chiaro che il mood visivo e concettuale della serie si rifà tanto all'allucinante poetica di David Lynch che alle glaciali inquadrature di Stanley Kubrick (riprese geometricamente calcolate, ambienti freddi e razionali). E alla riuscita di questa altissima vena citazionistica e postmoderna concorrono fior di registi: David Slade, autore dell'ottimo horror movie 30 Giorni di Buio; Michael Rymer, colonna di Battlestar Galactica e American Horror Story; Peter Medak, artefice di gioielli cinematografici come The Krays e Romeo is bleeding; Guillermo Navarro, direttore della fotografia di Guillermo Del Toro e Robert Rodriguez; James Foley, che negli anni Ottanta aveva diretto il bellissimo noir A distanza ravvicinata; Tim Hunter, firma di riferimento di alcune tra le più importanti serie TV americane, e John Dahl, famoso sia per il noir di culto L'ultima seduzione, sia per la regia di serial come Dexter, True Blood, Justified, Homeland e Californication.
Insomma, un pedigree artistico che fin dall'inizio appare impressionante.

Hannibal si incanala subito nella direzione auspicata: il Will Graham di Hugh Dancy fa dimenticare finalmente quello interpretato in Manhunter: Frammenti di un omicidio da William Petersen, dando vita a una recitazione tragica e convulsa. Il Lecter di Mikkelsen, dal canto suo, torna a essere il torbido esploratore di abissi psicologici e manipolatore di anime che nei film si era solamente intravisto. Non l'incarnazione del male, ma una specie di extraterrestre amorale che guarda alla vita come a un terribile esperimento e che ama cucinare gli esseri umani per assimilarli e saggiarne le possibilità di trasformazione.

Fuller, in Hannibal, riesce nell'impresa di tradurre in azioni, parole, atmosfere e immagini tutta l'angoscia e il nichilismo che pervadevano il corpus letterario originale di Thomas Harris. Riesce a catturarne tutto: la violenza surreale, l'immaginario grottesco e sopra le righe dei corpi maciullati e rimodellati come se fossero opere d'arte; la morbosità insita nell'anima di ogni personaggio principale della trama; le dinamiche relazionali sfaccettate, complesse, spesso indecifrabili.

Hannibal è un serial dolente, plumbeo - e le desolate location canadesi accentuano il peso della cappa esistenzialista che grava sul racconto - in cui a lunghi momenti di riflessione filosofica e psicologica, con dialoghi in punta di fioretto e silenzi che sfiorano la narcolessia, fanno da contrappunto climax imprevedibili ed esplosivi.

Fuller trova il modo di citare in continuazione battute e situazioni tratte dalle opere di Harris, riuscendo sempre a infondervi nuova linfa. Tutto è funzionale, tutto è nuovo nel serial di Hannibal: il giornalista arrivista Freddie Lounds viene trasformato in una ricorrente figura femminile che serve a riequilibrare il parco dei personaggi, troppo spostato sul genere maschile; Jack Crawford - il capo del Dipartimento di Scienze comportamentali dell'FBI - non solo diventa un afroamericano interpretato da Lawrence Fishburne, ma gli viene restituita l'aura di ambiguità che lo circondava nei romanzi. Compaiono per la prima volta characters ai quali nei testi letterari si era fatto solo un rapido cenno (come la dottoressa Alana Bloom, amica e confidente di Will Graham, o Phyllis Crawford, moglie di Jack Crawford) o ideati per l'occasione (come Bedelia Du Maurier, psicologa e amica di Hannibal Lecter, interpretata da un'intensa Gillian Anderson).

Il gioco dei rimandi è spesso sofisticatissimo: Jack Crawford - prima ancora dell'avvento di Clarice Starling - incarica una giovanissima allieva dell'FBI, Miriam Lass, di indagare sui delitti compiuti da un dottor Lecter ancora insospettabile. E quando la ragazza intuisce il coinvolgimento dello psichiatra - anticipando, con le stesse, identiche modalità, le future scoperte di Will Graham - questi la uccide occultandone il cadavere. Un avvenimento che consente a Lecter di sondare le reazioni di Jack Crawford, portandone in luce le patologiche debolezze e una sostanziale schizofrenia d'animo. Debolezze e schizofrenia che successivamente lo condurranno a cercare un'astrusa e inammissibile forma di riscatto attraverso il reclutamento della protagonista de Il silenzio degli innocenti.

Bella anche la parte che coinvolge la moglie di Crawford. Di Phyllis, nei romanzi di Harris, si hanno notizie indirette. Si sa che è affetta da un male incurabile e quando muore, un Lector latitante si premura di far pervenire una sentita lettera di condoglianze all'ufficiale dell'FBI. Nella serie TV, la donna, già ammalata, è in analisi da Lecter e gli rivela di avere una relazione extraconiugale (di cui il marito probabilmente è a conoscenza, ma che accetta passivamente per motivi imperscrutabili).

Ancora: tra i pazienti di Lecter figura l'insulso Franklin Froideveaux che intrattiene un ambiguo rapporto d'amicizia con Tobias Budge, un serial killer in incognito. Due personaggi attraverso i quali Fuller ricrea la morbosa relazione che legava Benjamin Raspail (un frequentatore dello studio di Lecter di cui Clarice Starling ritrova in un deposito abbandonato la testa mozzata sotto formalina) e lo psicopatico Buffalo Bill/Jamie Gumb, snodo fondamentale, sebbene solo accennato, de Il silenzio degli innocenti.

La serie TV di Hannibal - tra i cui produttori figura anche Martha De Laurentiis, già coinvolta dal marito nella realizzazione delle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Harris dirette da Ridley Scott, Brett Ratner e Peter Webber - si può insomma considerare come la vera serie rivelazione dell'appena trascorso 2013.
Un prodotto che riesce a far tesoro di trent'anni di esperienze narrative e cinematografiche rielaborandole e proiettandole verso il futuro. Ai primi tredici episodi di Hannibal, infatti, faranno seguito, nelle intenzioni degli autori, altre sei stagioni: due ancora basate su materiali inediti, la quarta relativa agli eventi di Red Dragon, la quinta incentrata su Il silenzio degli innocenti, la sesta sul plot di Hannibal e l'ultima su una storyline originale che dovrebbe andare a indagare quanto accaduto dopo la fuga di Lecter in Argentina, assieme a Clarice Starling.

Hannibal Lecter è tornato, allora. E, per fortuna, nel migliore dei modi.

(5 - fine)

27 dic 2013

Il "Red Dragon" di Brett Ratner

"Hannibal Lecter piace agli spettatori perché uccide solo quei personaggi che il pubblico desidera vedere morti". E' questa, in soldoni, l'illuminata visione che Dino De Laurentiis ha del serial killer ideato da Thomas Harris: quella di un amicone di famiglia che viene a togliere definitivamente di mezzo la gente che ti sta antipatica. Basterebbe soltanto questa affermazione del produttore originario di Torre Annunziata - e dalla quale un passivo, colpevole, connivente Harris si è sempre guardato bene dal prendere le distanze - a rendere indigeribili le opere cinematografiche che, a partire dall'Hannibal di Ridley Scott in poi, vedono come protagonista il dottor Lecter.

E' il 2002 e De Laurentiis, dopo essersi portato a casa il successo di Hannibal, ha intenzione di battere il ferro finché è caldo rimettendo mano a quello che si era rivelato come uno dei più grossi fallimenti nella sua lunga carriera di produttore: la trasposizione filmica di Red Dragon.

E' risaputo che Manhunter - Frammenti di un omicidio, primo tentativo di trasformare in immagini il romanzo di Harris, aveva incassato, nel 1986, poco più di otto milioni e mezzo di dollari a fronte dei quindici investiti. Un fatto sul quale De Laurentiis aveva continuato per anni a rimuginare, e in particolare dopo la trionfale accoglienza ricevuta da Il silenzio degli innocenti.
Nonostante il film di Michael Mann avesse conseguito nel tempo ampi riconoscimenti da parte della critica e degli spettatori, guadagnandosi una specie di seconda vita sul mercato dell'home video, il tycoon era giunto a rinnegarlo su tutta la linea,  classificandolo quasi come l'operato di un gruppo di incompetenti.
Ma adesso che i diritti dei romanzi di Harris sono tornati - dopo la parentesi Orion Pictures - saldamente nelle sue mani, il magnate ritiene che sia giunto il momento, a distanza di sedici anni, di esigere il dovuto riscatto. L'obiettivo è quello di ricreare la magica alchimia de Il silenzio degli innocenti, alla ricerca di un back to the basics che possa riproiettare gli spettatori nelle atmosfere che li avevano ammaliati dodici anni prima. Non più la fredda, chirurgica crudezza di Hannibal, quindi, ma un'opera di nuovo incentrata sui rapporti psicologici tra i personaggi e sull'equilibrio tra thriller e dramma umano.

E' per questo motivo che viene richiamato in gioco lo sceneggiatore Ted Tally che con lo script de Il silenzio degli innocenti aveva vinto tutti i premi di categoria possibili e immaginabili, ma che aveva rifiutato di scrivere l'adattamento di Hannibal, considerando il romanzo disgustoso.

Anche il cast degli attori si rivela di prima grandezza: l'allora lanciatissimo e pluripremiato Edward Norton nella parte del profiler Will Graham; il carismatico Ralph Fiennes in quella del serial killer Francis Dolarhyde; Harvey Keitel in quella di Jack Crawford; Philip Seymour Hoffman - reduce dai successi di Magnolia, Il talento di mr. Ripley e Almost Famous - in quella del bieco giornalista Freddy Lounds; Emily Watson - che nel corso del lustro precedente aveva fatto incetta di premi e nomination - nei panni della sviluppatrice cieca Reba McClane; Mary-Louise Parker - che tre anni prima aveva vinto un Genie Award, tributato canadese alle migliori interpreti femminili - in quelli di Molly, moglie di Will Graham.
Tra gli attori torna inevitabilmente pure Anthony Hopkins nella parte di Hannibal Lecter, mentre è quasi sorprendente l'arruolamento dell'italiano Dante Spinotti in qualità di direttore della fotografia. Sorprendente perché il film Red Dragon è a tutti gli effetti un remake di Manhunter, opera di cui Spinotti era stato a suo tempo il formidabile curatore delle luci e dei colori.

Per la regia viene ingaggiato Brett Ratner, trentenne regista della Florida che si era messo in mostra coi polizieschi d'azione della serie cinematografica Rush Hour (quelli interpretati da Jackie Chan e Chris Tucker) e con vari videoclip musicali di Mariah Carey, Wu-Tang Clan, P. Diddy e Madonna.


Per finire, la soundtrack viene affidata a Danny Elfman, che dal 1989 - dall'epoca, cioè, del primo Batman di Tim Burton - viene puntualmente chiamato a comporre le partiture di alcuni tra i più importanti blockbuster statunitensi (conseguendo svariate candidature agli Oscar e ai Grammy Awards).

Rad Dragon nasce, insomma, con tutte le caratteristiche di un mash-up tra Manhunter e Il silenzio degli innocenti attraverso il quale De Laurentiis intende riportare il mito di Hannibal Lecter ai fasti degli anni Ottanta.
I problemi, tuttavia, sorgono proprio a partire dalla ambizioni: Red Dragon aspira a diventare un memorabile instant classic di cui dovranno serbare memoria le generazioni future, mentre invece si rivela un film normalissimo con le caratteristiche di un compitino ben svolto, ma privo di particolari picchi visivi o di sequenze da cineteca. Tutto è clichè, tutto è già trito in Red Dregon: l'estetica e gli assiomi su cui si basa sono stati masticati, digeriti e metabolizzati all'interno di dozzine di altri prodotti cinematografici e televisivi. Ci sarebbe dovuta essere una mano più visionaria, l'elaborazione di progetto basato su parametri inediti per pervenire a un risultato degno di un qualche ricordo. Invece non c'è una sola immagine che resti attaccata al cuore o alla mente.

L'unica prova attoriale degna di nota è quella di Ralph Fiennes, che riesce a infondere nel suo Francis Dolarhyde delle vibrazioni differenti, più ampie, rispetto a quello interpretato da Tom Noonan in Manhunter. Ma il ruolo dell'attore britannico è soffocato dall'impianto generale del film e dalle sciape performance dei suoi colleghi: il sessantacinquenne Anthony Hopkins, rimesso in parziale forma da una superdieta, mantiene - così come la trama originariamente prevedeva - un ruolo dietro le quinte e sotto le righe (per mostrarlo in azione Ted Tally deve partorire l'inutile flashback iniziale in cui il dottor Lecter, poco prima della sua cattura da parte della polizia, pugnala Will Graham ). E Edward Norton - che pure tenta di riallacciarsi alla figura di Graham così come emergeva dalle pagine del romanzo - non è né carne né pesce: non possiede lo sguardo allucinato e la forza nervosa di William Petersen (che in TV è nel frattempo arrivato alla seconda stagione di C.S.I., riscuotendo finalmente un enorme, meritato successo personale) e nemmeno le caratteristiche del nerd paranoico e tormentato così come originariamente concepito da Harris. Dà vita a un personaggio triste e ordinario che non comunica spessore o pathos.

Ma laddove la pellicola fallisce miseramente, diventando perfino immorale, è nella compartecipazione, nella connivenza che tenta di instaurare tra la figura dell'assassino/degli assassini e lo spettatore.
E' vero che, come si diceva all'inizio, De Laurentiis (e anche Hopkins assieme a lui) pensa che Hannibal Lecter uccida quelli che "stanno antipatici" al pubblico. Ma all'interno del Red Dragon di Ratner - in cui Lecter è di fatto confinato nella cella di un carcere psichiatrico - si fa di tutto per tratteggiare preventivamente in maniera negativa chiunque venga ucciso in scena da Dolarhyde: non solo il giornalista arrivista e privo di scrupoli Freddie Lounds, quindi, ma anche Ralph Mandy, collega di Reba McClane, che originariamente era colpevole soltanto di frequentare senza secondi fini la ragazza cieca e che adesso, invece, viene rappresentato dall'attore Frank Wahley come un torbido scassacazzo con velleità da stalker. Giusto per rendere gradevole e accettabile al pubblico la sua morte.

L'inconsapevole e incosciente filosofia criminale che a questo punto investe inevitabilmente il film rende inutile tutto il resto. Gli spettatori arrivano a parteggiare per un maniaco sterminafamiglie: questo è quanto. Persino il tentativo di ripristinare il finale originale del romanzo, a differenza di quanto fatto da Michael Mann in Manhunter, sfocia in un banale colpo di scena dell'ultima ora che nulla ha a che fare con la deriva oscura e nichilista presente nel romanzo di Harris.

In ogni caso, il successo riscosso da Red Dragon consente a De Laurentiis di triplicare il capitale investito per la sua realizzazione. Ed è a questo punto che il produttore chiede all'amico Thomas Harris di impegnarsi nella stesura di un nuovo romanzo che abbia come protagonista Hannibal Lecter...

(4 - continua qui)

26 dic 2013

"Hannibal": il romanzo e il film

Tra la prima edizione de Il silenzio degli innocenti e l'uscita in libreria di Hannibal, terzo atto della saga di Thomas Harris dedicata al dottor Hannibal "il Cannibale" Lecter, intercorre più di un decennio.
Harris è uno romanziere lentissimo che - per sua stessa affermazione - considera la scrittura come un'esperienza indicibilmente faticosa. Tra Black Sunday, la sua opera prima, e Red Dragon trascorrono sei anni; tra quest'ultimo e Il silenzio degli innocenti, sette.

Negli anni Novanta, Hannibal Lecter ha assunto lo status di nuovo modello di villain, di "uomo nero" di fine millennio. La pellicola diretta da Jonathan Demme e interpretata da Jodie Foster e Anthony Hopkins si è trasformata in un cult movie planetario intorno al quale sono sorti dibattiti di ogni tipo. Sulla scia del successo riscosso dal Cannibale di Harris, nella letteratura d'intrattenimento e nel cinema di cassetta è sorto un florilegio di serial killer - tanto diabolici e geniali quanto pretestuosi e bidimensionali - pronti a soddisfare le brame di una platea affamata (è proprio il caso di dirlo) di macabre e spettacolari nefandezze.

In questo contesto, l'assenza di un nuovo romanzo di Harris pesa. Gli appassionati e il pubblico di massa sperano in un terzo atto della saga di Hannibal, ma gli anni passano e la realizzazione di un nuovo libro corre il rischio di arrivare fuori tempo massimo rispetto ai frenetici mutamenti che interessano gli scenari sociali e culturali dell'Occidente.

Dalle voci che di tanto in tanto trapelano, si ha notizia di un Thomas Harris arenatosi senza rimedio nella stesura del manoscritto. E le news che riferiscono di un Dino De Laurentiis - tycoon cinematografico che aveva prodotto Manhunter: Frammenti di un omicidio - impegnato a stimolare la vena creativa del romanziere ospitandolo nella sua villa di Capri e coccolandolo con piatti a base di insalate, pomodori di Sorrento e mozzarelle di bufala, non lascia presagire nulla di buono.

De Laurentiis era rimasto scottato dall'insuccesso di Manhunter - film che oggi viene considerato come un gioiello ineguagliabile - e aveva ceduto ben volentieri, a titolo gratuito, i diritti per la trasposizione de Il silenzio degli innocenti alla Orion Pictures, casa di produzione che dopo i fasti degli anni Ottanta si era ritrovata in difficoltà economiche. Inevitabile che i trionfi ottenuti dal film di Demme (cinque Premi Oscar; 400 milioni di dollari raccolti in tutto il mondo tra incassi nelle sale e vendita di videocassette) avessero stimolato gli appetiti del produttore, pronto a cogliere tutti i benefici connessi a un atteso sequel.

In ogni caso, dopo un'attesa spasmodica - ulteriori rumors riferivano di un Thomas Harris impegnato addirittura a seguire in prima persona le sedute giudiziarie relative al processo del Mostro di Firenze - Hannibal vede alfine la luce.

Il giornalista Corrado Augias è tra i primi a riferire di un incipit del romanzo assolutamente spettacolare che vede Clarice Starling impegnata in un conflitto a fuoco con una spietata e terrificante capo-gang sieropositiva. Niccolò Ammanniti lo loda a sua volta, mentre, al contrario, il collettivo Wu Ming lo fa a pezzi contestandolo in tutto, dallo spessore narrativo e stilistico all'efficacia della traduzione in lingua italiana.

Quando il tomo mi giunge tra le mani, mi coglie il sacro terrore che le esigenze commerciali abbiano devastato a priori il nuovo romanzo di Harris: la copertina dell'edizione italiana ripropone in maniera quasi pacchiana la museruola di sicurezza che aveva contribuito a forgiare la fortuna iconografica di Lecter e il titolo - Hannibal - rappresenta una scelta troppo furba e poco originale rispetto a quella inizialmente proposta dallo scrittore ma rigettata dall'editore americano (il suggestivo, anche se di sicuro meno immediato, The morbidity of the soul). Oltretutto c'è il fatto che la prima parte del romanzo è ambientata a Firenze. Ed è noto che gli scrittori americani - anche i migliori - non sono esenti da semplificazioni e luoghi comuni quando si ritrovano a tratteggiare città e costumi europei.

E' il 1999, ho trent'anni e il mio mondo è cambiato. Ho iniziato da pochissimi mesi a insegnare; ho scritto due libri che stanno per riscuotere ottime recensioni; non sono un adulto, ma non posso neanche più rivestire i panni del ragazzino; ho una relazione stabile, ma non so ancora come voglio gestire il mio futuro. Più o meno inconsciamente rifiuto i progetti, allontano le responsabilità.

Hannibal disattende ogni aspettativa. Se volessimo azzardare dei paragoni, potremmo dire che mentre Red Dragon e Il silenzio degli innocenti erano delle opere potenti e manieristiche basate su un perfetto equilibrio di elementi polizieschi e noir tenuti insieme da atmosfere tipiche dei thriller psicologici, Hannibal è invece un noir barocco, pieno di diramazioni e punti focali, attraversato da ampie venature orrorifiche e situazioni da tragedia shakespeariana.

Ma se nel romanzo il dottor Lecter fa, in fondo, ciò che il pubblico da lui si aspetta, il pugno nello stomaco lo infligge Clarice Starling. Dal punto di vista narrativo sono trascorsi sette anni dagli eventi descritti ne Il silenzio degli innocenti e la giovane allieva dell'FBI si è trasformata in una donna amareggiata e priva di sbocchi professionali, una persona di talento il cui primo, prematuro successo è stato gettato nel dimenticatoio e per la quale le prospettive di carriera appaiono tarpate da giochi politici e burocratici. Una persona destinata a essere fagocitata (ecco "il morbo dell'anima") dalla complessa tela seduttiva di Lecter. Impossibile non riconoscersi in lei, allo stesso modo in cui è impossibile non provare una fitta al cuore ripensando a come il personaggio apparisse dieci anni prima, a quella ragazza che conservava ancora in fondo al cuore l'immagine di un agnellino destinato al macello. Un agnellino che lei aveva cercato di salvare dalla mattanza.

Hannibal è un romanzo rutilante, pieno di idee brillanti e di svolte macabre, di violenza e di atmosfere stranianti. Quando finisco di leggerlo non so se mi è piaciuto davvero, anche perché non sono più il ventenne che era rimasto stregato da Red Dragon e da Il silenzio degli innocenti. Quel che so è che si tratta di un romanzo nel quale il mio io si rispecchia appieno. Un io in fase di transizione.

A distanza di un anno e mezzo dalla pubblicazione di Hannibal, il sogno di De Laurentiis si trasforma in realtà: l'uscita nei cinema della trasposizione cinematografica del romanzo, diretta da Ridley Scott, si rivela esattamente il successo che il tycoon si aspettava.

Eppure il film di Scott incomincia a svelare l'inghippo: è evidente che Hannibal Lecter non è più l'affascinante creatura di un romanziere di talento, ma una sorta di maschera popolare che l'impresario De Laurentiis ha intenzione di trasformare in un franchise volto a saziare il gusto dozzinale di un pubblico volgare e pacchiano.

Scott accetta di girare il film a ridosso del trionfo de Il Gladiatore (e quando De Laurentiis gli fa cenno per la prima volta al titolo in questione, il regista pensa per alcuni momenti che il produttore abbia intenzione di presentargli il progetto di un kolossal storiografico incentrato sull'omonimo generale cartaginese). Jonathan Demme, che con Il silenzio degli innocenti aveva vinto un Oscar, aveva rifiutato di girare il sequel, ritenendo il nuovo plot lontano dalle sue corde. Anche Jodie Foster si era tirata indietro, probabilmente non ritrovandosi più nella figura di Clarice Starling così come emergeva dal nuovo romanzo di Harris.
L'unico a rinnovare il contratto è Anthony Hopkins che al dottor Lecter deve l'esplosivo picco di una carriera cinematografica che prima de Il silenzio degli innocenti era stata costante e più che discreta, ma non eccezionale. Ed è lui a proporre Julianne Moore, sua amica, bellissima e rivelatasi ottima attrice in diverse occasioni, per il ruolo dell'agente federale.

L'Hannibal cinematografico regge assai bene nel primo tempo. La Firenze rappresentata da Scott e dal fotografo John Mathieson è una bolgia infernale riemersa dalla medievale Età dei Comuni, una città sospesa tra Dante Alighieri e la Los Angeles futuristica di Blade Runner. Pure il montaggio del premio Oscar Pietro Scalia infonde ritmo alla storia. E al momento dell'intervallo si ha quasi l'impressione che il compito possa essere portato a casa senza troppi demeriti.

Ma è pur vero che Hopkins non è più quello de Il silenzio degli innocenti: è invecchiato, si è imbolsito, fa sfoggio di una pancetta da anziano in pensione. Il suo aspetto fisico differisce totalmente da quello del dottor Lecter letterario. Se nella pellicola di Demme il suo recitare rinchiuso in una gabbia, solo con gli occhi, inquadrato in una fissità quasi ieratica, gli forniva uno status di icona, il nuovo dinamismo a cui è chiamato in Hannibal lo rende a tratti impacciato e ridicolo.
E alla povera Julianne Moore non va meglio, intrappolata in un ruolo che nel romanzo era tutto psicologico e che le esigenze cinematografiche hanno depotenziato, reso informe, banalizzato.

E infatti il secondo tempo è una débacle su tutta la linea. Gli sceneggiatori - tra cui figura anche David Mamet, non l'ultimo arrivato - non solo rinunciano a un paio di personaggi chiave del romanzo, ma resettano completamente il finale originale, elaborando un pastrocchio che oltre a risultare privo di senso impone un mood consolatorio lontanissimo dalla poetica di Harris (comunque mai restio ad accettare qualsiasi manipolazione esterna delle sue trame).


Hannibal si rivela indubbiamente un successo, anche se la critica e una parte del pubblico intuiscono che sono diverse le cose che non tornano.

La strizzata d'occhio che il dottor Lecter rivolge agli spettatori poco prima dei titoli di coda è una cafonata inarrivabile che fa assomigliare il Cannibale allo sfigato sovrintendente Charles Dreyfus del ciclo filmico de La Pantera Rosa. Ed è, oltre che fuori luogo, rivelatoria di quanta distanza intercorra tra l'Hannibal dei romanzi, di Manhunter e de Il silenzio degli innocenti di Demme da quello finito nelle avide grinfie di De Laurentiis.

Non solo: ma tutto quel carico di violenza che nel romanzo Hannibal appariva grottesco e surreale, privo di connotati realistici, quasi ineffabile, nel film si tramuta in una festa del gore talora solo disgustosa, talora attraversata da una malriuscita vena ironica (per esempio, la sequenza in cui il dottore apre il cranio dell'agente Paul Krendler, ancora vivo e cosciente, per cucinarne il cervello, risulta tanto tragica e onirica nel libro, quanto brutalmente spettacolare e voyeuristica su celluloide).

Insomma, con l'Hannibal di Ridley Scott e Dino De Laurentiis sembra davvero chiudersi malamente un'epoca. Ma è pur vero che al peggio non c'è mai limite.
E infatti...

(3 - continua qui)

13 dic 2013

Il silenzio degli innocenti

Continuando nella rievocazione del mio rapporto con l'opera di Thomas Harris (un discorso che ha preso il via in questo post), ricordo che fu qualche mese dopo aver acquistato Il delitto della terza luna (primo titolo italiano di Red Dragon) che venni a sapere dell'imminente uscita de Il silenzio degli innocenti. Fremevo, non stando più nella pelle: ordinai il romanzo al mio amico librario, Mario Tartaglione, e mi posi in attesa.
Il giorno stesso in cui il libro arrivò sugli scaffali, la prima copia fu mia. Eravamo in piena primavera, gli esami universitari incombevano, ma io interruppi lo studio per immergermi nella lettura dell'ultima fatica di Thomas Harris. In quel momento non me ne fregava nulla dei voti accademici: Il silenzio degli innocenti rappresentava la priorità.

Harris riuscì a sorprendermi e a intrigarmi anche stavolta: Hannibal Lecter acquisiva una posizione centrale che nel capitolo precedente non spiccava (anche se il Cannibale, di fatto, in Red Dragon era riuscito a muovere alla perfezione i fili della trama, nascosto dietro le quinte del carcere psichiatrico); Clarice Starling era un personaggio umanissimo e pieno di pietas; Jame Gumb/Buffalo Bill era un serial killer terrificante e carico di dolorosa malinconia, impegnato com'era nel cercare attraverso strumenti omicidi un'identità interiore ed esteriore nel vuoto pneumatico della sua anima ("Lui non è un omosessuale. Crede di essere un omosessuale").

L'intreccio si dipanava in maniera più lineare rispetto a Red Dragon: ne ricavai addirittura l'impressione che Harris, nello scrivere il romanzo, avesse tenuto conto in maniera positiva delle semplificazioni che Michael Mann aveva apportato alla trama del romanzo precedente quando si era impegnato a trasporlo in Manhunter - Frammenti di un omicidio. Trovai inoltre meravigliosa l'idea di una giovanissima e inesperta allieva dell'accademia dell'FBI messa a confronto con una delle più grandi e sofisticate menti criminali mai esistite. Una situazione creata ad arte da Jack Crawford, capo dipartimento dell'agenzia governativa, che proprio per questo si colorava di nuove, più ambigue sfaccettature.

Diventava evidente che il Crawford interpretato dall'indimenticabile, compianto Dennis Farina in Manhunter era ben diverso da quello dei romanzi originali: lungi dall'essere un paladino senza macchia, si configurava invece come un manipolatore capace dapprima di far ritornare in servizio - al di là dei valori dell'amicizia e dell'umana empatia - un Will Graham ancora psicologicamente provato dalle tragiche esperienze vissute nel recente passato e poi di cooptare lusingandola una giovane ancora inconsapevole per andare a carpire i favori del diavolo in persona.
Il silenzio degli innocenti era, insomma, un gioiello di ambiguità denso di nere inquietudini al quale neppure un finale (assai apparentemente) positivo riusciva a fornire qualche scampolo di luce.

Quando due o tre anni dopo ne uscì la versione cinematografica diretta da Jonathan Demme - quella destinata a far esplodere la Lecter-mania in tutto il mondo e a generare epigoni su epigoni in ogni campo dei media - l'enorme fedeltà visiva a tutto ciò che nel romanzo veniva descritto mi colpì parecchio positivamente (lo vidi per la prima volta nel corso di una indimenticabile, solitaria serata bolognese, mentre i miei genitori a Napoli mi davano per disperso da quattro giorni). Jodie Foster era semplicemente perfetta nella parte di Clarice Starling - nella scena in cui partecipa all'ispezione del cadavere di una delle vittime di Buffalo Bill, raggiunge picchi attoriali incommensurabili - e il gallese Anthony Hopkins, col suo sguardo e il suo corpo tarchiato, si poneva in continuità con l'interpretazione che Brian Cox, in Manhunter, aveva fornito del dottor Lecter. Un Cannibale che però continuava a essere fisicamente distante da quello descritto da Harris nei romanzi: magro, slanciato, con un atteggiamento da hidalgo spagnolo quello letterario; non molto alto ed esplicitamente demoniaco quello cinematografico.


Anche se, rispetto all'inossidabile Manhunter, il film de Il silenzio degli innocenti invecchia peggio, mostrando oggi qualche ruga di troppo, la pellicola di Demme conserva intatta l'intensità dei momenti topici. Certo, adesso l'ingresso in scena di Lecter non si può proprio più guardare (lui in piedi al centro della cella a spararsi la posa di fronte a Clarice Starling: Daniele Brolli all'epoca fu il primo a contestarla). E certi movimenti di cinepresa che servivano a generare tensione, col trascorrere degli anni sono diventati semplicemente troppo lenti. Perfino l'anticlimax, con Lecter che telefona a Clarice per suggerirle, con tanto di battutina ammiccante, che sta per uccidere e divorare il sadico dottor Chilton, sembra divenuto un po' pacchiano (nel romanzo, invece, il serial killer indirizza delle lettere ad alcuni protagonisti della storia: una soluzione di certo scarsamente traducibile per immagini).
Eppure l'intera sequenza dell'evasione di Lecter resta ancora memorabile, così come quella col montaggio alternato che alla fine sorprende lo spettatore facendogli capire che Clarice si è gettata inconsapevolmente nella bocca del leone (la casa di Buffalo Bill) senza nessuna copertura.


E che dire della colonna sonora? Demme era un esperto della scena musicale newyorchese e le soundtrack di due suoi film precedenti - Qualcosa di travolgente e Una vedova allegra ma non troppo - si erano rivelate una gioia per gli orecchi, con le loro commistioni di punk, new wave e ritmi caraibici. E anche Il silenzio degli innocenti non faceva eccezione, con una scelta di pezzi rock ed elettronici che si andavano a innestare sulla partitura originale di Howard Shore.
Come dimenticare le note di Goodbye Horses di Q. Lazzarus - brano, tra l'altro già presente in Una vedova allegra ma non troppo - che risuonano nello studio di Jame Gumb/Buffalo Bill, mentre il serial killer si veste della sua macabra mise sussurrando: "Tu mi scoperesti? Io mi scoperei in continuazione...!"?
Un'immagine tragica, macabra e violentissima che rappresenta forse l'unico, vero valore aggiunto de Il silenzio degli innocenti-film alla trama e ai dialoghi originali del romanzo di Harris.


(2 - continua qui)

12 dic 2013

Thomas Harris: "Black Sunday" e "Red Dragon"

Il mio primo contatto con l'opera di Thomas Harris è avvenuto nel 1977, quando i miei genitori mi portarono al cinema a vedere Black Sunday, il film che il regista John Frankenheimer aveva ricavato dal primo romanzo dello scrittore.
Avevo otto anni e ricordo che rimasi folgorato dall'idea del dirigibile della Good Year che si incuneava - in procinto di esplodere.e di sterminare tutti gli spettatori presenti - all'interno dello stadio dove si teneva il Superbowl.

Ho sempre tenuto a memoria i punti salienti della trama: le motivazioni del pilota impazzito, la terrorista islamica che lo sobilla, l'agente del Mossad che tenta di sventare l'attentato, la concitazione parossistica della sequenza finale. E la cosa sorprendente è che Black Sunday non è un film leggero, anzi: a distanza di alcuni decenni appare, visto con gli occhi di oggi, spesso lento e farraginoso, mostrando tutti i segni del tempo. Mi chiedo perciò come è stato possibile che un ragazzino di otto anni ne restasse in tal modo rapito, affascinato da una storia pieni di riferimenti a una realtà complessa come quella del terrorismo internazionale.
Black Sunday l'avrei letto sotto l'originale forma di romanzo solo molti anni più tardi, rimanendo conquistato dalla storia alla stessa maniera di quando ero piccolo e in più apprezzandone la prosa efficacissima e il finale che - a differenza di ciò che avviene nel film - vede l'agente del Mossad sacrificare la propria vita per impedire l'esplosione del dirigibile sullo stadio. Un particolare non da poco, che cambia il senso stesso del racconto: se nella pellicola cinematografica il trionfo assoluto dell'agente israeliano si tramuta, simbolicamente, in una sorta di presa di posizione filosionista da parte degli autori, nel romanzo invece la morte degli attentatori e, insieme a loro, del protagonista, induce a una cupa e profonda riflessione allegorica sulle tensioni mediorientali e sul fervore ideologico autodistruttivo che permea tanto gli arabi quanto gli ebrei.


A Thomas Harris ci sarei tornato da adolescente, a metà degli anni Ottanta, ancora una volta in maniera indiretta, quando rimasi scioccato dalla potenza narrativa, visiva e sonora di Manhunter - Frammenti di un omicidio di Michael Mann. Ricordo che lo vidi grazie a una videocassetta pirata, quasi in contemporanea con Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin, noir metropolitano che sarebbe diventato il film più importante della mia vita (e di cui ho intenzione di tornare a parlare quando recensirò, sulle pagine di questo blog, la biografia di Friedkin che ho da poco finito di leggere).

Manhunter e Vivere e Morire a Los Angeles erano accomunati da un unico attore protagonista - William Petersen, bellissimo, bravissimo e dannatissimo, ancora lungi dal trasformarsi nell'imbolsito interprete della serie TV C.S.I. - e dallo stesso, infame risultato ottenuto al botteghino che portò il primo a contribuire a far avvicinare pericolosamente al fallimento la casa di produzione di De Laurentiis e il secondo all'inesorabile ostracismo di Hollywood nei confronti dell'immenso e incosciente Friedkin.

Manhunter resta ancora oggi un'immortale cattedrale New Wave che all'epoca mi aprì le porte verso territori tematici di cui non avevo neppure idea: l'investigazione scientifica contemporanea, le nuove frontiere del noir, il serial killer come espressione metaforica della società contemporanea, la pietà verso i mostri di cui tutti noi siamo specchio...

Ricordo che mi procurai d'importazione la soundtrack in vinile, ossessionato da pezzi come Strong as I am dei Prime Movers e In a Gadda Da Vida degli Iron Butterfly, che in quel frangente ascoltai per la prima volta in vita mia (nella versione breve da 5 minuti). In seguito Luigi Bernardi, mio amico e mentore recentemente scomparso lasciando un grave vuoto nel panorama culturale italiano, mi avrebbe rivelato che quella di Manhunter era anche la sua colonna sonora di quando scriveva e che ne aveva acquistato on-line tre o quattro esemplari in musicassetta in modo tale da non rimanerne sprovvisto in caso di rottura di nastro.

L'influenza di Manhunter nella mia vita è stata profondissima: ricordo che ci sono stati periodi in cui letteralmente ragionavo avendo nella testa le note di This Big Hush degli Shriekback e di Heartbeat dei Red 7. Scrivevo il mio primo romanzo - La notte dell'Immacolata - e ne visualizzavo le azioni come avrebbe fatto Michael Mann, prendendo a modello ora la scena in cui Francis Dolarhyde porta l'amica cieca Reba a sentire il respiro della tigre addormentata, ora quella in cui Will Graham si precipita fuori dall'ospedale psichiatrico in preda a una crisi di panico, ora quella in cui il serial killer visualizza nella sua mente il tradimento inesistente della donna di cui si è innamorato. Dovevo proporre una tesina universitaria - Pedagogia e Psicologia delle Comunicazioni di Massa - e me ne uscivo con un efficace elaborato basato sul discorso di Graham a proposito di bambini martoriati che si trasformano, da adulti, in mostri.


Il romanzo originale da cui la pellicola era tratta - Red Dragon - mi giunse tra le mani circa un anno dopo aver visto il film. All'epoca in italiano s'intitolava Il delitto della Terza Luna e lo acquistai in formato paperback all'edicola sotto casa dopo che un amico mi aveva rivelato che si trattava del libro che Mann aveva tradotto in immagini per il grande schermo.


La lettura di Red Dragon fu tanto coinvolgente quanto sorprendente: la scrittura di Harris era come sempre assai visiva, cinematografica, ma i personaggi sembravano divergere non poco da come erano invece stati rappresentati in Manhunter. Will Graham, per esempio, non era affatto il tipo atletico e abbronzato incarnato da William Petersen, ma veniva piuttosto descritto come un nerd dalla calvizie incipiente e fisicamente provato dalle sue ossessioni. E il dottor Lecter, il serial killer cannibale? Dopo averlo identificato con le fattezze non propriamente esili di Brian Cox, risultava straniante immaginarlo, così come ti induceva a fare Harris, alto e magro, quasi coi lineamenti di un hidalgo spagnolo.
E il finale poi: tanto lineare e rassicurante quello di Manhunter, quanto perturbante, angoscioso e privo di speranza quello di Red Dragon, con Lector trionfante in carcere e Graham ridotto a una larva, con la faccia orrendamente sfregiata in un letto d'ospedale.


Un epilogo, quello del romanzo, quasi impossibile da tradurre in immagini, con un capitolo conclusivo quasi tutto incentrato sui pensieri oscuri di un Will Graham straziato nel corpo, nella mente e nell'anima. Una mortifera pietra tombale che schiaccia qualsiasi valutazione positiva della ragione umana e che sancisce la gloria di un universo dominato dalle perversioni del cervello rettile.

3 dic 2013

L'arte di volare

Finora chiunque volesse aprirsi all'esperienza del fumetto biografico e storico d’autore, tralasciando gli albi seriali da edicola e puntando al cosiddetto graphic novel, poteva subito orientarsi tra alcuni titoli assai noti. Basta soltanto pensare al Maus di Art Spiegelman, straziante rievocazione – insignita di un premio Pulitzer – della tragedia dei campi di concentramento nazisti, o a Persepolis di Marjane Satrapi, atto d’accusa contro il regime teocratico iraniano che, nella sua versione animata per il cinema, ha conquistato un Gran Premio della Giuria a Cannes e candidature per il Golden Globe e l’Oscar.

Oggi tra i romanzi grafici imprescindibili di matrice realistica possiamo annoverare un nuovo capolavoro: L’arte di volare della coppia spagnola formata dallo sceneggiatore Antonio Altarriba e dal disegnatore Kim (pseudonimo di Joaquim Aubert i Puig-Arnau). Pubblicato dalla 001 Edizioni in un volume di 224 pagine contenente, tra l’altro, anche un’introduzione del critico Goffredo Fofi, L’arte di volare non solo ha conseguito tutti i premi di settore iberici, ma ha anche attirato l’attenzione della stampa europea che gli ha tributato recensioni e commenti entusiastici.

Ma su cosa è incentrata questo toccante romanzo grafico? Sulla vita del padre di Altarriba, anche lui di nome Antonio, nato nel primo decennio del Novecento nelle campagne intorno alla città di Saragozza e morto suicida nel 2001, dopo una lunga depressione, in un pensionato per anziani. Gli autori de L’arte di volare decidono quindi di proiettarsi nella mente e nell’anima dell’uomo per comprendere le motivazioni del suo gesto. E capiscono che il suo suicidio rappresenta la sintesi ultima di un’esistenza costellata di fallimenti personali e ideologici, di sogni soffocati dalle meschinità quotidiane.
Antonio fin da giovane aspira a una società che conceda pari opportunità a tutti, abbraccia il pensiero socialista, si ribella ai dettami della Chiesa, partecipa alla Guerra civile contro i miliziani di Franco. Ma la sua lotta e i rari scampoli di felicità che riesce a trovare impattano continuamente contro il muro delle dittature, la repressione di ogni libertà individuale, il tradimento di compagni disposti ad abbandonare ogni ideale per perseguire - con azione spesso criminose - la ricchezza materiale. Finché, in tarda età, il suicidio – avvenuto in uno squallido pensionato popolato di vecchi mediocri che gli autori descrivono con una spietatezza senza pari – si trasforma nel suo ultimo atto di ribellione verso un sistema che ha sempre cercato di annientarlo dentro e fuori.

L’arte di volare è un’opera lineare, nel suo svolgimento biografico, ma complessa nei suoi snodi e nelle sue chiavi di lettura. Perché la vicenda di Antonio non è altro che lo specchio allegorico di una macrostoria, quella del XX secolo, che ci riguarda ancora tutti e con la quale risulta tuttora difficile fare i conti.

27 nov 2013

Il video sono io: il gruppo Valvoline, Giorgio Carpinteri e i Matia Bazar

Scrivendo i post di questo blog mi sono già ritrovato a citare trasmissioni televisive sperimentali come Mister Fantasy e Non Necessariamente che, intorno agli anni Ottanta, cercavano di comunicare l'idea di un'Italia che non si immaginava più come un paesone provinciale dominato dalle gerontocrazie ma piuttosto come un luogo di trasformazioni proiettato verso il futuro e legato alle tendenze internazionali.

Il periodo a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta resta, in tal senso, emblematico, pieno com'era di artisti dai quali traspariva l'ansia di avvenire e di (post)modernità, l'esigenza di proiettarsi a capofitto in posti inesplorati sfidando ogni convenzione e parvenza di buonsenso. Un'ansia che anche quando si riallacciava alle dimensioni più buie del punk e della new wave - il No Future, gli ultimi scampoli di Guerra Fredda, ecc. - non riusciva mai a scuotersi di dosso un'imprevista patina luminosa.

Mister Fantasy e Non Necessariamente, così come anche altri programmi targati Rai, si avvalevano della grafica di Giorgio Carpinteri, artisa co-fondatore - assieme a Daniele Brolli, Lorenzo Mattotti, Igort e Marcello Jori - di Valvoline MotorComics, geniale gruppo avanguardista del quale si sta ancora celebrando il trentennale della nascita e di cui la Coconino Press sta ristampando, in un prestigioso formato cartonato e di ampie dimensioni, le opere-manifesto (a partire proprio da Polsi Sottili di Carpinteri).

Il gruppo Valvoline, con la sua voglia di sperimentare in chiave trasmediale, con la sua attenzione costante a ciò che avveniva oltre i confini dell'Italia, coi suoi lavori perturbanti, carichi di linee cinetiche espressioniste, rappresentava lo specchio più vero di ciò che la parte giovane e attiva del Paese voleva essere in quel momento, di come si vedeva e di come intendeva proporsi al mondo. Riusciva ad accogliere e a trasformare in modo originale ed elegante mode, idee e tendenze di quel preciso periodo storico. E ancora oggi quella carica creativa ed emozionale non ha perso valore.

Ma per comprendere quanto quella voglia di nuovo e di avvenire, quanto quel richiamo internazionale fosse forte e non ammettesse compromessi di sorta, basta riflettere sulla parabola artistica dei Matia Bazar, un gruppo di pop immediato e orecchiabile, graziato dalla voce incredibile di Antonella Rugggiero, che nella seconda metà degli anni Settanta aveva riscosso un vasto successo popolare grazie a canzoni come Per un'ora d'amore...



...o C'è tutto un mondo intorno. Le si poteva sentire risuonare spesso e volentieri sulle spiagge nostrane, trasmesse in loop dai fatidici jukebox.





Poi nel 1981 - grazie anche all'abbandono di Piero Cassano e all'ingresso nel gruppo del tastierista Mauro Sabbione - la svolta elettronica dei Matia Bazar, col taglio netto alle dolcezze melodiche tutte italiane e l'irruzione di un mood che guardava agli Orchestral Manouvers in the Dark di Enola gay e alle chitarre elettriche new wave di marca britannica, anticipando in alcuni testi la narrativa minimalista di David Leavitt e la ferocia postmoderna di Bret Easton Ellis.


Oggi risulta difficile, se non impossibile comprendere una svolta simile. Per poter fare un raffronto, vi risulta possibile immaginare una Giorgia o una Emma che da un giorno all'altro si mettono a fare canzoni alla Bjork? Riuscite a pensare ai Modà che incominciano a suonare come gli XX?
Ecco, è esattamente ciò che fecero i Matia Bazar, in barba a qualsiasi convenienza discografica. E lasciando basito un pubblico che davanti a singoli come Fantasia, Il video sono io ed Elettrochoc non sapeva come comportarsi, salvo poi decretarne il successo (fino al fenomenale exploit sanremese di Vacanze Romane).




Ma ecco il punto: il pubblico ne decretò il successo (e la rivista Rolling Stone considera ancora oggi Tango, il secondo album "elettronico" dei Matia Bazar, come uno dei più belli della musica pop italiana)



Lo fece perché aveva voglia di quella musica innovativa e perché - forse - aveva ben chiaro cosa fosse il concetto di futuro.

20 nov 2013

David Fincher, i Motels e Mister Fantasy

E da qualche giorno che penso a David Fincher.e al fatto che non ho ancora avuto modo di vedere la versione da lui diretta di Uomini che odiano le donne (che resta in attesa sull'hard-disk del mio decoder MySky).

Non solo. Pensavo anche a come le cose colte dal suo sguardo siano entrate entrate a far parte fin da quando ero adolescente (vale a dire, nell'età in cui questo accade con maggiore rapidità e virulenza) del mio immaginario visivo.

Ed è accaduto nella prima metà degli anni Ottanta, col traino di canzoni come queste, che all'epoca erano trasmesse una tantum da Mister Fantasy (la trasmissione diretta da Carlo Massarini). Videoclip che tendevo a introiettare immediatamente nel cervello, altrimenti: col cazzo che avrei potuto rivederle in qualche modo.


Erano micro-opere attraverso le quali entravo per la prima volta in contatto con le atmosfere del noir e del thriller, riproposte in una versione sincopata e postmoderna, piena luci taglienti e romanticismi estetizzanti...


... esattamente come cercava di fare, nello stesso periodo (anno più, anno meno), Frank Miller col suo ciclo di "Daredevil".


Le visioni di David Fincher sono, insomma, diventate - senza che ne fossi cosciente - anche le mie visioni, rincorrendosi e incontrandosi/scontrandosi per tutta la mia/sua vita. Guardando un film come Panic Room, per esempio...



... e ritrovando quell'approccio agli ambienti e agli oggetti in altre micro-storie. Che fanno sempre parte di me.