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31 mar 2007

Come in una morgue

C’è stato un momento della mia vita in cui leggevo di tutto con una furia inconsulta.
E a chi mi chiedeva – con tono un tono tra l’ironico e lo stupito – che cosa ci facessi sempre con un libro in mano, ero solito rispondere: “Mi piace trascorrere il tempo con persone che hanno cose interessanti da dirmi.”
Una frase fatta che mi piaceva – e che mi piace ancora – molto ma che forse non rappresenta che una sola chiave di lettura (è proprio il caso di dirlo) di un puzzle molto più complesso.

Sto cercando di mettere ordine nella mia sterminata raccolta di libri e di fumetti.
I libri li ricolloco sugli scaffali seguendo un vago ordine di nomi, generi e collane.
I fumetti, invece, li vado a ripescare da ogni dove (scaffali, armadi, scrivanie, cantine) rivedendoli per numerazioni seriali, discutibili gusti personali e/o importanza oggettiva nella storia del medium. Lo scopo che mi prefiggo per questi ultimi è quello di catalogarli mantenendo a portata di mano e di consultazione quelli “importanti” e incellofanando per la prima volta tutto il resto.

Non ho mai incellofanato niente in vita mia, ritenendo inizialmente che la carta fosse eterna e che la sua deperibilità nel corso degli anni fosse una favola.
Ebbene, la carta deperisce e la sua consunzione rappresenta un dato di fatto in quasi ogni microclima.
Un grado d’umidità anche di poco eccessivo la fa puzzare di muffa e la picchetta di macchioline giallastre, un ambiente caldo e secco la fa incartapecorire, una combinazione dei due fattori (a seguito di insondabili modifiche nell’ambiente) genera effetti imprevedibili.
Rimestando tra vari titoli, mi sono ritrovato una manciata di numeri di “Fantastici Quattro” e de “L’Uomo Ragno” (rispettivamente edizioni Star Comics e Marvel Italia) con il margine superiore parzialmente rovinato dal contatto con una striscia di cartone resa umida, a sua volta, dal contatto con una parete impregnata da una perdita d’acqua filtrata da un adiacente locale allagatosi a mia insaputa (il periodo è volutamente involuto e arzigogolato).

Qualche numero di qualche serie (anche di valore) risulta “disperso” tra montagne di altro materiale e ci vorrà una vita per tirarlo fuori.

Una copia de Il Gioco di Manara firmata dall’autore con il disegnino di un volto femminile e dato come “al sicuro” sulle mensole della mia vecchia camera da letto, l’ho invece ritrovata ridotta a un unico strato di cartoncino compensato. Era appoggiata a una parete tappezzata ma sotto c’era un calorifero e così la combinazione “fresco del muro-caldo del termosifone-pressione di altri volumi adiacenti” ha compresso le pagine del libro fino a renderle un’unica poltiglia.
L’ho gettato nell’immondizia e ne ho rintracciato un esemplare analogo (Edizioni Totem Comics) su eBay, nell’attesa di re-incontrare Manara – cosa non impossibile – per farmelo re-autografare e “sketchiare”.

Alcuni inserti rilegati di “Lanciostory” e “Skorpio”, poi, si sono “arrugginiti” un po’ – in questo caso, non riesco a spiegarmene il motivo – sulle copertine e sui bordi delle pagine più “esterne” (le prime e le ultime).

In compenso Le Falangi dell’Ordine Nero con dedica e disegno di Bilal era integro. Così come “La Marvel-Storia dei Supereroi” resa unica dalle firme di Stan Lee, John Buscema e Tom De Falco (nell’anno di grazia 1988). E pure un sacco di altra roba.

Penserete che possa essere, in qualche modo, triste o angosciato per queste “macabre scoperte” e che le incellofanature che mi accingo a effettuare siano una difesa a posteriori e in ritardo.
Nient’affatto: a un certo punto della mia esistenza ho incominciato a pensare che tutte quelle montagne di carta scritta e/o disegnata che noi appassionati di letture e di storie disegnate ci ostiniamo ad accumulare… costituiscano il segnale di un disagio, di una nevrosi.
Vedo nelle librerie e (soprattutto) nelle fumetterie gente che si liscia e si lustra i volumi e gli albi controllando la loro ASSOLUTA integrità prima dell’acquisto e mi viene da compiangerli. Così come oggi “compiango” una parte di me stesso che so di avere ancora dentro di me, pronta a balzare fuori.

Ho trovato una bella offerta su eBay: i primi cinquanta numeri di “Fantastici Quattro” delle edizioni Star Comics. Ce li avevo già – li devo solo prendere e mettere in ordine – ma per sicurezza me li sono ricomprati, certo di poterli rivendere in futuro a un prezzo più alto, una volta sinceratomi che i vecchi giornalini in mio possesso siano a posto.
C’è pubblicata della bella roba su quei numeri: “Fantastic Four” di Byrne, il “Daredevil” di Miller e di Ann Nocenti, l’Hulk di Peter David, qualche mio articolo sui personaggi Marvel.
Volevo essere certo di POSSEDERE ancora quelle storie che non rileggo da un sacco di anni.
Quando il pacco col nuovo acquisto mi è arrivato, ogni singola copia era PERFETTA, coi primi tre numeri ancora blisterati assieme agli adesivi e i restanti accuratamente imbustati uno per uno (grazie, Mariarosa…).

Me li sono guardati e rigirati senza aprirli e ho cercato di recuperare quella sensazione che provavo mentre li leggevo per la prima volta o quando sfogliavo quelle pagine con l’emozione di ritrovare lì le mie parole, il mio nome accanto alle storie di quegli autori eccezionali.

Non ho sentito niente: quei giornaletti wrapped in plastic mi sono sembrati come usciti da una morgue, il tentativo di sfuggire alla morte attraverso la mania del collezionismo. La proiezione di un desiderio, un mantra affannato: “imbusto tutto perché così dura, proteggo tutto per sfidare il tempo, catalogo per ingannare la data che mi separa dalla morte.”

Negli anni sto dando la caccia alle mie nevrosi, le sto braccando, sto cercando di stanarle. A volte le chiudo in un angolo, altre volte sono loro ad aggredirmi alle spalle.

Voglio ancora fare ordine tra le mie montagne di carta. Ma solo per razionalizzare spazi, per convivere bene con le memorie che hanno contribuito a formarmi. Non per salvaguardare qualcosa in eterno.

Il mio trionfo consisterebbe nello gettare via tutto, lo so. Ma per quello c’è tempo e se non riuscirò a farlo io, prima o poi qualcun altro lo farà.

Solo le leggi dell’entropia riescono a donare tanto conforto.

30 mar 2007

Ho scelto l'oscurità...

Dopo molti ripensamenti e qualche prova, ecco i miei deliri online.

Mi sembrava giusto accogliervi con una canzone che, in qualche modo, rappresenta una sintesi tra il mio passato e il mio presente.

Il gruppo ha un nome che è tutto un programma - I love you but I've chosen darkness - e il pezzo s'intitola According to plan.



Il motivo della scelta? Beh... oggi mi farebbe un po' specie camminare ancora nella villa comunale di Castellammare Di Stabia, sotto la pioggia, davanti al mare in burrasca, a guardare il Vesuvio percorso dalle brume mentre ascolto i Cure col vecchio, caro walkman.

Direi di più: oggi quando mi capita di ascoltare i Cure, mi sembra davvero di effettuare un tuffo perverso e inutile in un'adolescenza che non rimpiango affatto.

Questo gruppo invece rimodula tutto e mi permette ancora di concedermi ad atmosfere dark senza correre il rischio di apparire ridicolo e nostalgico (o un ridicolo nostalgico).

Buon ascolto.